Open data: un’opportunità da non perdere

(Intervento presentato da Raffaella Rojatti all’incontro degli (ex) Comitati Pro Renzi di Roma e del Lazio del 29 marzo 2014. A questo link il resoconto di tutta la giornata)

Open Data for dummies

Open data è una locuzione che è entrata con prepotenza nel dibattito pubblico, a livello europeo e mondiale.

Come spesso accade, però, in molti casi questa espressione è stata adottata dalla politica italiana con una certa superficialità e imprecisione. Oltre all’immancabile confusione con i concetti di Big Data e di open government (che non tratterò qui), la mia sensazione è che spesso gli open data vengano percepiti e presentati in modo fuorviante.

Il primo elemento fuorviante consiste nel parlare degli open data come di un prerequisito indispensabile e immediato di trasparenza. Come se la pubblicazione dei dataset fosse una condizione necessaria e sufficiente per dare ai cittadini una comprensione immediata di quanto accade nella pubblica amministrazione.

Ora, chiunque abbia scaricato un dataset dei tanti in corso di pubblicazione sa benissimo che non è così. Gli open data sono dati grezzi, e questo essere grezzi (che è anche, come vedremo, il loro valore principale) non ne garantisce una fruizione immediata da parte del proverbiale uomo della strada. Un file csv (il tipico, ma non unico, formato di un dataset open data) è una serie di numeri e nomi, separati da virgole. Molto utile, ma sicuramente non di immediata lettura.

Il secondo elemento fuorviante riguarda il modo di fare open data da parte delle pubbliche amministrazioni. A sentir parlare molti operatori, la sensazione è che nelle pieghe più periferiche della PA italiana, gli open data (e i collegati finanziamenti) siano percepiti – anche in buona fede – come la giustificazione per pubblicare nuovi siti, app o infografiche per promuovere il turismo o altri settori economici particolari.

Eppure, “fare open data” è una cosa molto più semplice e a suo modo rivoluzionaria e pervasiva. Vediamo perché, facendo un piccolo passo indietro.

I dati della PA: un bene comune

Quando si parla di open data si fa riferimento ai dati che la pubblica amministrazione produce nel normale svolgimento delle proprie attività. Non bisogna inventarsi niente, i dati ci sono già e riguardano la vita di tutti noi. Sono, per esempio, i pagamenti ai fornitori e le relative tempistiche, i volumi della raccolta differenziata e le relative tariffe, la qualità delle acque, i dati associati all’organizzazione del trasporto scolastico o locale, con tragitti, numero di utenti e costi, quelli associati alla gestione della viabilità, dell’illuminazione pubblica, delle concessioni, dei passi carrabili, il piano regolatore e molti altri.

Dati che — verosimilmente — dovrebbero già essere utilizzati dalla pubblica amministrazione non solo per operare delle scelte, ma anche per valutare l’efficacia e i costi delle proprie attività.

La filosofia degli open data pretende che questi dati grezzi, che la PA genera e utilizza, vengano restituiti ai cittadini e all’economia, che ne hanno finanziato la produzione con il pagamento delle imposte. Il metodo di restituzione è ovviamente quello della pubblicazione sul web, rispettando tuttavia due requisiti di apertura:

  • Il formato. I dati devono essere pubblicati in un formato che ne consenta l’utilizzo e la manipolazione. Non tabelle in pdf, immagini immodificabili, ma appunto serie di dati (numerici o geografici) collegati e modificabili per effettuare analisi, accorpamenti e collegamenti o qualsiasi altra operazione utile all’analisi e alla comprensione;
  • La licenza. I dati devono essere pubblicati con una licenza che ne consenta il riutilizzo, anche (e soprattutto, direi) a fini commerciali.

Perché se i dati sono materia prima di proprietà dei contribuenti, allora questa “materia prima” deve essere riutilizzabile da chiunque sia interessato per controllare l’operato della PA, ma anche per fare analisi economiche o compiere scelte commerciali.

Sapere quanti parrucchieri operano in una determinata area, in rapporto magari alla popolazione femminile, aiuterà gli operatori ad assumere iniziative commerciali più consapevoli. Conoscere gli orari e la posizione degli autobus consentirà di analizzare l’efficienza del servizio e a proporre miglioramenti (a Roma, già comincia a succedere, anche perché l’Atac sembra avere un ottimo, quanto poco utilizzato,  servizio open data).

Tutto questo ci porta all’aspetto più ampio e rivoluzionario per la pubblica amministrazione e, direi, anche per la società italiana nel suo insieme. Non ci può sfuggire infatti che fare open data è un modo radicale di esporre  la propria attività all’analisi razionale sia all’interno che all’esterno della PA.

Pubblicare i dati grezzi significa costringersi a far emergere le logiche, gli assunti, le pietre fondanti della propria attività. Certo, è possibile che questa operazione di emersione evidenzi come spesso la pubblica amministrazione non opera basandosi su dati oggettivi, ma scoprirlo è già un primo passo per correggere la situazione, promuovendo l’efficacia e l’equità.

Pubblicare i dati grezzi significa anche accettare una logica di lavoro condiviso, e passare a una mentalità in cui l’informazione è sì potere, ma non individuale (da tenere per sé), quanto piuttosto collettivo (da condividere per migliorare). In cui l’analisi dei processi  non deve servire solo a individuare responsabilità e punire i “colpevoli”, ma anche e soprattutto a migliorare i processi ed eliminare gli errori.

In una pubblica amministrazione dominata dallo spauracchio del danno erariale, uno strumento che alla fine sembra essere più utile a bloccare le iniziative che ad impedire gli illeciti, questa sarebbe una rivoluzione non da poco.

Ma se gli open data non garantiscono trasparenza immediata, chi può aiutarci a farne emergere il significato e valore? Sicuramente non la PA stessa, o perlomeno non solo, dato che non è l’oste-amministrazione che deve dirci se il suo vino è buono o indirizzare le nostre scelte economiche. Ci vuole anche il contributo di altri operatori, società, associazioni, scienziati.

A lezione dagli hacker: SOD14 e altre lezioni

Il caso vuole proprio mentre noi teniamo questo incontro a Roma, a Bologna si stia svolgendo il secondo raduno della community Spaghetti Open Data, un gruppo spontaneo di hacker civici che, da fronti diversi promuove la cultura degli open data.

Il nome  e lo spirito goliardici non deve trarci in inganno: Spaghetti Open Data è una comunità che conta al suo interno persone di indubbia autorevolezza (penso a Alberto Cottica). E che interagisce con associazioni, volontariato, università.

L’anno scorso, uno dei progetti lanciati durante SOD13 è stata la creazione di “twitantonio.it”, un database on line (di cui parlo qui),  che avrebbe dovuto consentire ai cittadini di entrare in contatto con i candidati alle elezioni politiche tramite twitter,in modo pubblico e quindi più efficace delle solite lettere e mail personali. Il precursore era tweet-your-mep (con gli eletti del Parlamento europeo, visibile qui).

Al di là degli esiti del progetto, l’esperienza mi ha colpito per la rapidità e la fluidità con cui una trentina di persone sparse su territori diversi è partito da un’idea coordinandosi e realizzandola in tempi inconcepibili per una società come quella italiana, in cui, come afferma Matteo Renzi, il tempo è erroneamente considerato una variabile indipendente.

Una bella lezione per la politica militante e un invito a correre di più anche noi, aderendo allo spirito e ai ritmi che l’epoca attuale ci richiede.


 

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2 thoughts on “Open data: un’opportunità da non perdere

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